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L’ex tecnico della Puteolana 1902 racconta i mesi a Pozzuoli, le difficoltà di chi vive di calcio e il grande sogno di arrivare in alto

“Un allenatore è un sognatore”. Geppino Marino è un tecnico giovane, giovanissimo, ma che ha in mente il suo obiettivo: arrivare nei professionisti. Un tecnico catapultato sulla panchina della Puteolana 1902 ad agosto, una scommessa di patron Franco con una società e una squadra che stava nascendo in fretta e furia. Poi le prime difficoltà, qualche buon risultato e un calendario difficile che ha penalizzato il lavoro del mister fino al motivo di lasciare la panchina dei diavoli rossi. Ma mister Marino è uno che non si arrende facilmente e che è pronto a tornare in sella dopo la parentesi puteolana, più forte, più convinto dei propri mezzi, con una umanità che colpisce e soprattutto con la consapevolezza che sacrificio, sudore, preparazione e studio possano fare la differenza nel lungo percorso di un tecnico.

Mister partiamo dalla domanda più scontata. Come mai è finita a Pozzuoli?

“Semplicemente perchè ad un certo punto avevamo differenze di vedute e ho deciso di lasciare avendo punti di vista diversi”.

Cosa ti lascia l’esperienza con la Puteolana 1902?

“In primis il rapporto meraviglioso con i giocatori, ma soprattutto il calore di una piazza che in Campania è tra le più belle. Anzi voglio smentire tutti coloro che hanno detto che non sopportassi la pressione di Pozzuoli, la loro carica è stata uno stimolo e a me piaceva un ambiente così bello e motivante”.

Hai un rammarico di questa esperienza?

“Forse se fossi stato più testardo sarei rimasto sulla panchina. Essendo giovane e inesperto mi sono fatto prendere dal momento, ma se fossi stato più caparbio oggi mi sarei preso le soddisfazioni, sapevo che la squadra sarebbe uscita fuori. Certo nel mio percorso hanno inciso tante componenti, la tarda partenza, un pizzico di sfortuna, il calendario, l’aver voluto osare tatticamente in alcune circostanze, ma sono convinto che se fossi rimasto mi sarei tolto tante soddifazioni”.

Dove ti vedi nella prossima esperienza?

“Mi piacerebbe lavorare con un progetto, in maniera armoniosa. Purtroppo non è facile nelle nostre realtà, mi rendo conto che i punti vengono prima del bel gioco. Non importa dove sarà la prossima esperienza, sono giovane e so che devo fare la gavetta, l’elemento fondamentale nella scelta è nella progettualità e nella voglia di credere in qualcosa di costruttivo”.

Mister tu sei una persona che vive di calcio. Quanti sacrifici si fanno soprattutto dal punto di vista economico…

“Quando racconto che faccio l’allenatore, le persone credono che io sia benestante, non sapendo che dietro ci sono sacrifici enormi. Con le realtà attuali e con le condizioni che offre il mercato ci si rivolge al mondo delle scuole calcio, dove ci si dedica dalla mattina alla sera. E’ una vita fatta di sacrifici, di freddo, pioggia vento, ma la voglio di inseguire il sogno di sedersi su una panchina professionistica è più forte di tutto”.

Mister spesso chi vive di calcio si dà un tempo. Tu fai lo stesso e quanto credi in te stesso?

“Ci vuole perseveranza per arrivare, il mondo del calcio è complicato, spesso clientelare. Ma io provo a superare tutti gli ostacoli lavorando e studiando, conosco 3 lingue, a febbraio farò un viaggio in Belgio dove studierò il settore giovanile del Genk (serie A belga). Faccio tutto ciò perchè ci credo, l’obiettivo è che i miei sacrifici possano ripagare quanto prima, non mi sono dato un tempo, ma un allenatore è un sognatore e io ci proverò fino alla fine”.