Ieri la FIGC ha annunciato che già dalla prossima stagione sarà possibile per le società di Serie A iscrivere le seconde squadre in Serie C: con la scusa dei giovani calciatori, i club di A gioiscono. A scapito di tutti

Da un po’ di tempo impazza nel mondo del calcio di Serie C e D la questione di formare la terza serie nazionale con le seconde squadre di Serie A. Tale vicenda riguarda da vicino le società di D perché andrebbe a influenzare sui ripescaggi nella categoria superiore. Ma andiamo con ordine.

In settimana Alessandro Costacurta, vice commissario della Federcalcio, ha dichiarato che dalla prossima stagione sarà possibile iscrivere in Serie C le cosiddette squadre B della Serie A. Tali dichiarazioni ieri ha trovato ufficialità in un comunicato della FIGC nel quale si istituzionalizza la partecipazioni di queste squadre nella prossima Serie C. L’intento, si legge nel comunicato, è quello di “favorire la crescita e la formazione dei giovani calciatori, anche a favore delle Nazionali giovanili”.

Nel dibattito che negli ultimi mesi sta animando i tifosi e gli addetti ai lavori, c’è una domanda ricorrente: anche all’estero fanno così, perché non possiamo farlo noi? Il famoso estero, il punto di riferimento dell’Italia, provincia d’Europa, su tante cose. Peccato che dall’estero prendiamo solo le cose negative o trasformiamo in mal modo quelle positive.

Dare le possibilità alle società di Serie A di avere una squadra giovanile in C, crede chi ha concepito questa riforma, può “favorire la crescita e la formazione dei giovani calciatori, anche a favore delle Nazionali giovanili”, ma in realtà favorisce più i club di Serie A, a discapito del calcio locale e quindi nazionale. Bisogna ricordare che ciò che sta “sotto” è da base a quello che sta “sopra”.

Da novembre 2017, cioè dalla mancata qualificazione dell’Italia ai prossimi mondiali, si parla di rifondazione del calcio. Ma come può avvenire una rifondazione senza le fondamenta? Bisogna partire delle scuole calcio, dal cosiddetto calcio minore, dai campi di provincia delle piccole e medie città, non fare un favore ai grandi club.

All’estero le seconde squadre della prima lega ci sono, è vero, ma bisogna vedere se questo sistema può essere adatto all’Italia. Il nostro si sa, è il paese dei campanili. Si può dire che ogni città, paese e quartiere ha una squadra di calcio. Storicamente la Serie C è sempre piena zeppa di piazze che vivono il calcio da cent’anni ed è difficile anche definirle piazze piccole. Per fare degli esempi: nella stagione che in queste settimane si sta concludendo, la Serie C ha piazze come Lecce, Cosenza, Catania, e nei gironi del centro-nord, Vicenza, Piacenza e Padova. Piazze quindi non proprio piccole che negli anni addietro hanno visto la Serie A. E in Serie D? Messina, Taranto, Potenza, Cavese, Como, Mantova. Questa riforma andrebbe a colpire le città e le tifoserie medio-piccole, diminuendo la possibilità di farle diventare grandi. Il Chievo Verona è una piccola piazza in Serie A ma ormai è diventata un’abitudine vederla in prima serie, eppure è partita dai campi polverosi. Il Sassuolo ha ormai spodestato la Reggiana da Reggio Emilia e l’Entella, squadra di Chiavari, cittadina di ventisette mila abitanti in provincia di Imperia che ha duecentoquattordici mila residenti (una piccola fetta della provincia di Napoli, per intenderci) è una realtà consolidata in Serie B con un invidiabile settore giovanile. Se queste realtà avessero dovuto confrontarsi con le seconde squadre di Serie A, avrebbero visto calare di molto le loro possibilità di salire le scale del calcio professionistico.

La riforma, che sarà meglio disciplinata in successive disposizioni, ha tra i presupposti che “il format del Campionato Serie C è di 60 squadre e che, alla luce delle esperienze maturate negli ultimi anni, non sempre i ripescaggi hanno assicurato il completamento dell’organico del medesimo campionato”. Per superare questo problema del mancato numero per completare la Serie C, si dà priorità alle seconde squadre di A, poi si ripescano le retrocesse dalla C e infine le squadre di D. Ecco dunque la batosta per le società sane di Serie D che aspirano a seguire le orme delle società succitate. Da anni si dice che bisogna apportare una grande riforma in Serie D per rendere utili i playoff. Non è possibile che in un campionato che quest’anno ha contato centosessantasei partecipanti, solo nove ottengono la promozione sul campo. Le altre devono aspettare l’eventuale ripescaggio attraverso i playoff.

Così si sta andando esattamente nella direzione opposta. Quella rifondazione del calcio sta andando a farsi benedire. Bisogna fare in modo che le piccole e medie società sane possano essere messe nelle condizioni di fare calcio e salire di categorie, con regole incentivanti per i giovani calciatori. Perché non valorizzare il campionato Primavera, cioè quello delle seconde squadre delle società professionistiche? Perché non introdurre regole per gli under anche in Serie A e Serie B, così da dare davvero risalto alla “crescita e la formazione dei giovani calciatori, anche a favore delle Nazionali giovanili”?

A quanto pare nessuno è interessato a far crescere i giovani calciatori anche per le Nazionali giovanili, ma farlo solo per i grandi club, così che possano guadarci di più nel calciomercato.

La più penalizzata di questa riforma è la Lega Nazionale Dilettanti. È essa che dovrebbe battere i pugni. Peccato che stiamo parlando della stessa Lega che in settimana ha appoggiato la candidatura di Giancarlo Abete alla presidenza della FIGC. Una ex presidente della FIGC per la nuova FIGC, niente male.

Alla fine dei conti è vero, un’importante modifica per la Serie D e i suoi inutili playoff la stanno facendo: stanno rendendo questi ancora più inutili.

A proposito, fra poco più di ventiquattro ore cominceranno i playoff.

Buon calcio a tutti.