Il giocatore napoletano, esperto di punizioni, ci racconta la sua carriera, la stagione cominciata in serie A maltese, l'ottimo rapporto con mister Sanchez e la voglia di continuare a grandi livelli

NAPOLI - A tu per tu con Nando Salvati. L’esperto calciatore è stato uno dei protagonisti della Palmese di mister Sanchez dopo una parentesi estera con il Senglea, con il curriculum già glorioso che si arrichisce di due traguardi importanti.

Buongiorno Nando Salvati. da poco è terminato il campionato della Palmese, dove è stato protagonista aiutando la squadra a salvarsi. Come è stato tornare a lottare sui campi di eccellenza?

“Sarò sincero, non è stato semplice. Passare dalla seria A maltese all’Eccellenza ha richiesto tutta la mia voglia di calcio e la mia esperienza per riadattarmi. Solo così alla mia età puoi fare quel che ho fatto, con la forza di volontà si può giocare ovunque, dopo un breve periodo di adattamento”.

Esperto difensore dotato di una grandissima tecnica nonché carisma e determinazione da vendere. La Palmese si era presentata ai nastri di partenza per giocarsi le zone alte della classifica, alla fine la salvezza è arrivata all’ultima giornata contro la Scafatese. Lei è tornato solo a gennaio, che idea si è fatto sui motivi di questo andamento deludente?

“Quando sono partito per Malta la società aveva ambizioni importanti, voleva vincere il campionato, raggiungere la promozione diretta. La zona play off era indicata come il risultato minimo. Hanno costruito una squadra a mio modesto parere non all’altezza di queste premesse, tanto è vero che ci siamo salvati all’ultima giornata. Mi dispiace molto ed io per primo sono veramente deluso, perché la piazza è giustamente ambiziosa e non merita questo. La Palmese ha fatto calcio a buoni livelli e non può arrancare in Eccellenza. Evidentemente qualcuno tra staff tecnico e società ha sbagliato a puntare su alcuni giocatori e uomini. Il mio modesto punto di vista, da persona che calca i campi da circa 30 anni, è che nel calcio per raggiungere i risultati bisogna essere prima uomini e poi calciatori”.

Da queste parole sembra voler puntare il dito contro qualcuno in particolare…

“Assolutamente no. La colpa è ugualmente condivisa da tutte le parti. L’unico a salvarsi è il mister. La squadra dell’anno scorso con qualche innesto giusto avrebbe vinto il campionato, invece a fine Gennaio aveva 16 punti. È evidente che è stato sbagliato tutto! La piazza di Palma non merita di dover lottare per la permanenza in Eccellenza, anzi questa categoria va stretta alla Palmese”.

Salvati torna a vestire il rossonero per la seconda volta. Nella scorsa stagione infatti, il calciatore aveva disputato un gran campionato attirando su di sé le attenzioni del Senglea Athletics, club di Premier League maltese. 38 anni e non sentirli ci verrebbe da dire. Molti calciatori a questa età terminano il loro percorso o scendono di categoria, lei è andato a Malta in serie A e ha collezionato 11 presenze e un 1 goal. C’è un segreto? Ha un consiglio per un Under?

“Non esiste un segreto, esiste la voglia di giocare, di divertirsi giocando, di dimostrare il proprio valore. La motivazione fa la differenza per giocare dalla A alle serie minori. A 38 anni sono andati a giocare in un campionato di serie A di alto livello, e sono riuscito a farlo solo grazie alla mia voglia di determinare, passando per qualche difficoltà iniziale e duri allenamenti”.

Volendo fare un parallelismo con i nostri campionati, quello maltese a che livello si attesta?

“Un buon livello, considerando che ci sono diverse squadre come Valletta che disputano anche i preliminari Champions. Il livello di 4/5 squadre è paragonabile a squadre da colonna sinistra di serie A. Quando ho iniziato l’avventura a Malta mi aspettavo un campionato meno competitivo, volendo fare un parallelismo mi sarei aspettato una serie D italiana. All’inizio ho fatto tanta fatica, perché il livello già dalle amichevoli estive si capiva che era molto alto e richiedeva una dura preparazione atletica. Bisogna pensare che le squadre del campionato maltese pescano molto all’estero. Hanno l’obbligo di schierare 4 giocatori di nazionalità maltese nella formazione titolare, ma gli altri 7 sono brasiliani, cinesi, giapponesi, centro africani. Possono concedere qualcosa dal punto di vista tecnico, ma atleticamente sono fortissimi. Da difensore centrale sono rimasto impressionato dagli attaccanti: tutti prestanti, alti oltre il metro e novanta. Me la sono cavata a 38 anni grazie alla mia dote di saper giocare in anticipo”.

Perché è andato via da Malta e cosa si porta dietro di questa esperienza all’estero?

“Sono tornato a Napoli per motivi familiari. Mio figlio gioca a calcio, mia moglie era sola così come solo ero io a Malta. Certi sacrifici si possono fare quando sei giovane, non a 38 anni. C’è la famiglia, c’è il cuore. Ho rinunciato a molti soldi, un anno e mezzo di contratto. Ma la famiglia viene prima di tutto. Prima dei soldi, prima del calcio. L’esperienza che ho fatto la suggerisco a tutti i giovani che hanno voglia di giocare e crescere. Lì è serie A vera, assaggi il calcio serio, il calcio che conta. Tutti gli aspetti che in Italia inizi a vivere solo dalla serie B. Personalmente dopo questa esperienza sento di poter fare altri 5 anni di Eccellenza”.

Nella sua lunga carriera si è sempre contraddistinto per una caratteristica non comune ai difensori: la tecnica. Oggi il calcio predilige l’utilizzo di un difensore in grado di essere regista arretrato, mentre una scuola di pensiero sente nostalgia del marcatore vecchio stile. Lei come vede il calcio? Un difensore prima di tutto cosa deve imparare a fare?

“Un difensore deve imparare ad avere i giusti tempi, deve imparare la coordinazione e deve essere forte tecnicamente. Oggi il calcio è cambiato, non esiste più la marcatura ad uomo asfissiante, seguire l’avversario dovunque va. Oggi se sei forte tecnicamente puoi giocare anche in diverse zone del campo, caratteristica oggi la duttilità che viene premiata in campo. Un difensore tecnicamente dotato può arrivare a giocare fino in mediana, così come capita spesso a me”.

Le sue esecuzioni da punizione sono sempre un pericolo per la porta avversaria. Possiamo organizzare una gara con Kolarov e Mihalovic? Da dove nasce questa sua specialità da numero 10?

“Non mi tiro indietro! Sono pronto alla sfida! (ride) Dicono che ho un piede di altra categoria Sono un difensore centrale che ha fatto 106 goal in carriera e non è da tutti. Ma avere un buon piede non basta, le mie punizioni nascono dal duro lavoro. Sono almeno dieci anni che ogni fine allenamento passo almeno mezz’ora con portiere e barriera a battere le punizioni. Da quando ho iniziato circa 15 anni fa a specializzarmi nei calci di punizione, quando qualche presidente mi chiamava per discutere con me di un progetto, per prima cosa chiedevo l’acquisto della barriera per le punizioni e dei palloni. Il lavoro mi ha dato ragione, ed è quello che dico ai giovani: di lavorare duramente. Il volere è potere. Gioco ancora a 38 anni perché ho lavorato tanto, anche se probabilmente ho fatto una carriera al di sotto delle mie potenzialità . Avrei potuto fare di più, ma a volte il problema è la testa”.

A proposito del suo percorso. Nelle giovanili ha giocato anche con Cannavaro, poi le strade sono state diverse. Ha un rimpianto in particolare?

“Avrei potuto giocare in B o in A per molti anni, questo è sicuramente un grosso rimpianto. La mia carriera mi ha riservato una grossa delusione che mi ha segnato e oggi racconto. Ho fatto le mie giovanili nel Napoli ed ero ben visto da mister De Canio. Il giorno prima della partita al San Paolo contro la Ternana, venni provato nella squadra titolare. Solitamente ciò vuol dire giocare il giorno dopo, vi lascio immaginare che emozione nella testa e nel cuore di un giovane di Napoli che vede vicina la realizzazione di un sogno come giocare al San paolo davanti a 40000 tifosi. Il mister a dieci minuti dalla partita mi chiamò per dirmi che non avrei giocato, che non dipendeva da lui ma ci stavano problemi non strettamente di campo, problemi societari che ora preferisco non ricalcare. Così me ne andai in prestito all’Arezzo in C1. Quella partita la porto dentro, perché sono sicuro che avrei giocato alla grande. Mi sentivo pronto per dimostrare di essere il migliore in rosa capace di contenere Miccoli che allora giocava con la Ternana. Il Napoli credeva in me, avevo firmato il primo contratto a 16 anni. Ero uno dei migliori del settore giovanile, ero insieme a Cannavaro, Stendardo e gli altri. Ero uno di loro”.

A questo punto voglio chiederle un’opinione sulle scuole calcio di oggi, sui settori giovanili. C’è meritocrazia o ci sono anche fattori diversi che determinano?

“Le scuole calcio sono messe male. Sono poche quelle che ancora fanno bene, tanto è vero che ormai un buon frutto esce ogni 10/15 anni. Le scuole calcio pensano ai soldi, a guadagnare e nient’altro. Non pensano a costruire futuro, a insegnare calcio, a contribuire a un calcio migliore. Io faccio scuola calcio, cerco di costruire calciatori, uomini, non penso ai soldi. Esiste la soddisfazione di vedere un giovane diventare forte e conta di più. Un’altra piaga sono i genitori che portano sponsor e costringono la società a schierare i proprio figli. Così non si va avanti. Il fallimento della nazionale parte da queste logiche qui, sono queste dinamiche dal basso che determinano l’assenza di livello. Oggi non abbiamo più leader, ancor prima che calciatori”.

Progetti per il futuro?

“Stiamo aspettando, devo tornare a Malta e poi si decide. Sono molto legato a mister Sanchez, se il mister trova qualche soluzione, lo seguo. Altrimenti vediamo se è possibile fare il contrario così come è stato con Potenza che mi ha seguito a Malta, dove ha fatto un ottimo lavoro e ha raggiunto una salvezza tranquilla. Mi sono legato a Sanchez perché è una persona preparata, seria ed è un grande uomo. Così come Potenza. Oggi questo tipo di allenatori sono merce rara. Allenatori che fanno della loro competenza l’unico sponsor”.