L'esperto tecnico analizza il momento del calcio campano sottolineando gli aspetti che dovrebbero essere modificati per rilanciare l'intero movimento
NAPOLI (NA) - Una carriera costellata di vittorie lungo lo stivale e tanti giovani talenti lanciati nel calcio che conta. Giovanni Macera esperto tecnico, con trascorsi da calciatore all’Inter, a Campania Football, parla dell’attuale situazione del calcio campano e spiega i motivi per i quali, secondo lui, è ancora senza squadra, in attesa che arrivi il progetto giusto.
Una lunga esperienza in panchina poi l’assenza dai campi degli ultimi mesi. Che periodo è stato per lei?
È stato un periodo particolare, durante tutta la mia carriera non mi era mai capitato di stare così tanto tempo senza calcio. Per chi come me è nato su di un campo di calcio, avendolo vissuto sin da bambino, è stato un periodo davvero duro e ci sono stato male.
Si aspettava potesse finire così la sua esperienza al Positano dopo la vincente annata a Scafati?
Sinceramente no perché in quel progetto ci ho messo anima e corpo. Purtroppo a Positano non avendo un campo di allenamento pratico per i calciatori provenienti da Napoli non si è mai riuscito a creare un senso di appartenenza con la realtà costiera. Ci allenavamo a Torre del Greco e questo ha fatto si che i calciatori non si sentissero realmente identificati con la maglia giallorossa. Eravamo una buona squadra, a dicembre ci rinforzammo ma dopo poche gare fui esonerato per mancanza di risultati e purtroppo poi a fine anno sono comunque retrocessi.
Dopo l’esperienza in costiera il suo nome è finito un po’ fuori dai radar del calcio campano, quali sono state le motivazioni?
Ormai più che parlare di calcio dilettantistico bisognerebbe parlare di dilettanti allo sbaraglio. Siamo in un’epoca in cui per poter allenare non basta più avere un curriculum importante e una comprovata dose di esperienza ma basta essere abbastanza “sponsorizzato” per sedersi su una panchina. Vedo in tante realtà affidare panchine a giocatori appena ritirati senza alcuna esperienza, segno di società che non hanno progettualità vivendo la stagione come qualcosa di momentaneo. Ai miei tempi dovevi prima apprendere stando all’ombra di un allenatore già navigato solo dopo potevi iniziare la carriera in autonomia.
Ha ricevuto qualche telefonata in vista della prossima stagione?
Qualche chiacchierata c’è stata, ho parlato con diverse società che mi hanno cercato ma per ora di concreto c’è poco. L’emergenza purtroppo si sente ancora e si muove relativamente poco in vista della prossima stagione.
Cerca qualche sfida in particolare?
Più che sfide specifiche sono alla ricerca di progetti che abbiano innanzitutto valori umani importanti. Non mi interessa se si tratti di vincere il campionato o lottare per la salvezza tanto meno se sia una squadra esperta o di soli giovani. La cosa che più conta è che possa lavorare con persone di spessore umano importante come mi è già successo in passato.
Ha girato l’Italia allenando da nord a sud, in tutte le categorie dilettantistiche. Quale il momento più bello e quale quello da dimenticare?
Il momento più bello è stato sicuramente quando allenavo lo Sparta Novara (Eccellenza Piemonte, ndr), eravamo una società satellite della Juventus e vestivamo la stessa divisa della “Vecchia Signora”. Spesso al campo c’erano anche Moggi e Bettega che venivano a farci visita per aggiornamenti su eventuali talenti da portare a Torino e lì ho avuto la sensazione di essere un allenatore importante. La più brutta purtroppo è stato l’esonero di Positano, nonostante tutta la squadra, compresa la dirigenza, abbia profuso il massimo sforzo il progetto non ha funzionato e questo resta per me un grande rammarico.
Lei è famoso per essere uno scopritore di talenti, c’è qualcuno tra questi a cui è particolarmente legato?
Mi vengono in mente Massimo Coda (Benevento) che è stato mio allievo, Andrea Rispoli ora al Lecce in Serie A oppure l’attaccante Salvatore Esposito (Chievo) che ho portato in giro a fare provini prima che approdasse in gialloblu. Ancora oggi ho un ottimo rapporto con loro e per me sono come figli, è una vera soddisfazione che siano potuti arrivare ai massimi livelli dopo tanto lavoro e sacrificio.
Negli ultimi anni gli under sembrano essere diventati quasi un peso per le società, cosa bisognerebbe fare per farli tornare ad essere esclusivamente una risorsa?
Bisognerebbe tornare a prepararli bene ma purtroppo nelle scuole calcio c’è troppa incompetenza. I ragazzi non sono seguiti come si dovrebbe e una volta cresciuti finiscono nei dilettanti sparendo dopo massimo due stagioni. Le scuole calcio sono la base da cui partire per creare nuovi calciatori ma bisognerebbe tornare ad avere allenatori veri, capaci di insegnare ai più piccoli tutto ciò che serve per emergere e non spacciare per allenatori gente che non ha mai calcato un campo di calcio.
Il calcio campano è rimasto fortemente scosso dall’emergenza Covid, quale è il suo pensiero sulla conclusione dei campionati e sulla riforma varata nell’ultimo consiglio federale?
Riguardo la conclusione dei campionati non c’era altro da fare, nei dilettanti è stata la soluzione più giusta perché mancano le condizioni per una ripresa. Sono d’accordo anche sulla formula adottata in vista della prossima stagione che dà una nuova opportunità a chi purtroppo lo scorso anno ha commesso degli errori finendo sul fondo della classifica.
Dove vedremo la prossima stagione mister Macera?
Speriamo in panchina (ride, ndr) magari al centro di un progetto importante nel quale poter tornare ad allenare e divertirmi.






