L'ex calciatore di Avellino e Savoia esprime la sua opinione sulle conseguenze dell'emergenza sanitaria.
NAPOLI - Un numero: l’otto, un colore: il bianco, e poi San Siro e un allenatore speciale. Antonio Marasco. Partito dalla serie D per arrivare ad affrontare i più grandi calciatori nella massima serie.
Ciao, Antonio. Come va?
Bene, bene. Il periodo è quello che è, ma lo supereremo tutti insieme.
Siamo stati presi in contropiede da questa situazione. Come stai vivendo questi giorni?
All’inizio non avevo dato il giusto peso alla cosa. Poi man mano che la situazione evolveva ho preso coscienza della gravità dei fatti. In questo momento dobbiamo seguire le indicazioni delle autorità e ne usciremo; anche se vedo ancora tante persone sottovalutare il problema.
In Cina, come dimostrato dalla testimonianza di Fabio Cannavaro, sono stati bravi a superare il difficilissimo problema che ci sta affliggendo, eseguendo le disposizioni degli organi competenti.
Quali conseguenze avrà sul calcio questa epidemia?
Penso che sia presto per fare un bilancio preciso. La misura della gravità, in questo momento, ci viene data dallo spostamento dell’Europeo. Solo a fine crisi sapremo quantificare i danni. Tante società subiranno il contraccolpo economico, tutte: professionistiche e dilettantische.
Sei impegnato ancora nel calcio. Oggi alleni. Com’è cambiato il calcio rispetto a quando giocavi?
Ho giocato nel periodo delle cosiddétte sette sorelle. Quello italiano era il campionato più bello del mondo. Quando incontravo nomi come: Nedved, Crespo, Pirlo, mi rendevo conto di giocare nel campionato più forte del mondo. Sono stato fortunato a giocare in quel periodo.
La serie A di questi ultimi anni ha perso quel fascino, ma resta comunque un campionato importante.
Anche da un punto di vista mediatico è cambiato parecchio. Nel calcio di oggi, prima del fischio d’inizio, vedi entrare le telecamere negli spogliatoi, cosa inconcepibile prima.
Adesso sono impegnato in un progetto importante. Insieme ad altri due soci, ho fondato una squadra. Siamo partiti dal livello più basso della piramide calcistica, ma i risultati stanno già arrivando.
Hai giocato contro giocatori del calibro di Seedorf e Zidane? Qual è il calciatore che ti ha impressionato maggiormente?
Ronaldo.
Raccontarti di come ‘accarezzava’ la palla sarebbe scontato.
Ventinove agosto 1999, stadio Giuseppe Meazza. Il mio esordio in serie A. Prima di arrivare al campo si attraversa un lungo tunnel, e lì vidi il Fenomeno. Gli chiesi di avere la sua maglia a fine partita. Rispose –certo–.
A partita terminata lo trovai ad aspettarmi sulle scale che portavano agli spogliatoi.
Questa non è una domanda.
Io dico un nome, poi continua tu.
Cesare Prandelli.
Eh. È stato fondamentale per me.
Giocavo a Reggio Emilia. Andammo a Verona per disputare la nona di campionato contro l’Hellas. Loro venivano da otto risultato utili consecutivi; giocammo una grande partita e vincemmo 5 a 2. Fu lì che mister Prandelli mi notò.
Inizialmente dovevo andare al Chievo; poi mi chiamò Pastorello e decisi di andare all’Hellas. All’inizio fu durissima. Prandelli è un tecnico meticoloso e molto preparato. Alla fine vincemmo il campionato.
Mi ha dato tantissimo e gli devo tantissimo.
Lasciami ricordare però un’altra persona importante per me.
Mister Schettino.
Anche da lui ho appreso tanto. Un Ricordo indelebile la promozione in C2 con il Savoia. Emozione indimenticabile.
Per me, che sono torrese, vincere con la maglia della mia città è stato bellissimo.
Vuoi fare un saluto?
Saluto tutti i tifosi e tutti i lettori. E soprattutto invito tutti a rispettare le disposizioni impartite del governo. Siamo un grande paese, ne usciremo alla grande.






