Il nuovo allenatore parla a 360° in attesa di cominciare questa affascinante avventura in rossoblu

AFRAGOLA (NA) - Preparato, schietto e motivato. In 3 parole Massimo Agovino, nuovo allenatore dell’Afragolese. Quando l’intervistato è Agovino, l’intervista assume ancora più interesse perché dall’altra parte si parla senza troppi giri di parole. Il tecnico di San Giuseppe Vesuviano vive un periodo di grande lavoro per cercare di avere a disposizioni gli uomini migliori per disputare un campionato da protagonista. 

Mister, nuova avventura. Si sente come sempre pronto?
“Eh beh, dopo un anno di stop, voglio dire.. Dovrei togliere il disturbo se non lo fossi (ride, ndr). Sì, mi sento carico, motivato, felice per la chiamata del presidente Niutta, perché è vero che si può sempre aspettare, ma non me ne vogliano gli altri, il meglio per me è arrivato, ed è Afragola in questo momento. Il presidente ha un progetto, anche se gli allenatori non devono guardare troppo in là perché devono portare risultati immediati, però il fatto che voglia fare calcio a livelli importanti mi fa stare sereno”.

Qualcuno da ringraziare per averla scelta?
“Me stesso perché sono uno resiliente. Fa parte del mio dna. Se vado a ritroso, trovo me stesso da ringraziare per essermi ritagliato un posto al sole. È normale che devo ringraziare anche Niutta e soci per aver fatto insistentemente il mio nome, già dall’anno scorso”.

Cosa pensa del presidente Niutta, rivede in lui qualcosa che vedeva nel presidente Sestile?
“Questa è una domanda che mi lascia a bocca aperta, perché l’ho detto ieri a Niutta. Forse hai le microspie da qualche parte (ride, ndr). Il presidente Sestile aveva gli occhi della tigre, il presidente Niutta ha gli occhi del leone. Entrambi hanno motivazioni feroci, che fanno letteralmente impazzire. Vedere qualcuno animato da uno spirito battagliero, ma soprattutto caratterizzato da una grande lealtà mi fa rivedere in lui tante cose”.

Quali sono le sue aspettative per la prossima stagione?
“Innanzitutto devo fare questo lavoro come ho sempre fatto, con passione e dedizione. Non mi devono mai mancare. A livello individuale sicuramente mi piacerebbe fare un campionato di vertice, essere protagonista, qualcosa che ho sempre cercato in ogni realtà che ho allenato. Se amplio invece la prospettiva e sento qualcuno dire abbiamo preso Longo, dobbiamo vincere per forza. Allora invito tutti a vedere la storia del Girone H tra Picerno, Bitonto, a vedere le loro rose e il risultato finale che le ha viste sconfitte. Non bisogna dimenticare che in D vince solo una squadra, i playoff non servono a nulla”.

Lei ha avuto spesso modo di seguire i rossoblù la stagione appena terminata, tutti gli indizi portavano a lei come successore sulla panchina rossoblù. Ma come sarebbe andata se l’Afragolese fosse retrocessa? Avrebbe accettato lo stesso l’incarico?
“Non avrei accettato, assolutamente. Non per Niutta o per gli afragolesi, ma per la categoria. Lo dico senza presunzione, non perché Agovino non potrebbe fare l’Eccellenza. C’è anche un’altra motivazione per cui avrei rifiutato, un’altra squadra campana di Eccellenza, dopo i playoff persi, mi ha chiamato attraverso il presidente. Mi ha contattato anche L’Aquila, quindi stiamo parlando di soldini importanti, ma ho rifiutato anche quella meta. L’Afragolese in Eccellenza sarebbe stata la terza scelta, in ordine cronologico”.

Ad Afragola potrebbe ritrovare l’immortale Dino Fava. Viste le sue sfavillanti condizioni esternate anche in D ha già provato a chiamarlo per provare a convincerlo a far parte del progetto?
“Dino è un ragazzo d’oro, di una gentilezza e di un’umiltà unica. Ho avuto la fortuna di lavorarci a Terracina e a Giugliano due anni fa. Mi ha dato sempre una grossa mano, grande disponibilità. Ieri mi ha contattato, ci siamo sentiti, e ora la palla passa alla società. Niutta mi diceva che voleva fare quattro chiacchiere con il ragazzo e capire un po’ la sua disponibilità”.

Certo che un possibile attacco Fava-Longo le brillano già gli occhi.
“Dino come ho sempre detto a Giugliano, non lo scopro io. Bologna, Udinese, capocannoniere, Champions League. Stiamo parlando di un fenomeno prestato per età al dilettantismo. Fabio Longo viene da anni strepitosi, la vittoria di campionato e l’anno in C. Sarebbe bello averli tutti e due, quello è ovvio. Chi non vorrebbe una squadra forte?”

Longo è stata una sua scelta?
“Mi fa piacere questa domanda perché voglio chiarire questo aspetto. Agovino farà l’allenatore, e non so neanche se riesce nel farlo. Oltre a lui in società c’è il general manager Rosolino e un direttore sportivo Romano, un giovanotto. Longo è un regalo che mi ha fatto trovare incartato Raffaele Niutta. Non sto facendo il manager di stampo inglese”.

Facciamo un piccolo passo indietro dovuto, a questa stranissima stagione che l’ha vista coinvolta. C’è stato un totale caos a Giugliano, lì dove era casa sua. La decisione di andare via, che poi si è confermata non una sua decisione volontaria, ma forzata e sofferta. Alla lunga possiamo dire che ha avuto ragione lei nel rifiutare un Agovino tris, visto come è stata gestita la situazione in seguito?
“Con presunzione ti dico che a Giugliano non ho sbagliato niente. Ci ho visto lungo. Il dispiacere di andare via è stata una mazzata tra capo e collo, però mi fa piacere venga sottolineato il fatto che sia stata una scelta forzata. Al mio ritorno, se tutti rammendano, ci fu il rientro di quattro senatori con tanto di conferenza stampa e impegni presi con la società. Non perché Agovino esprime il calcio solo con quei 4, ma perché vi erano dei patti di sangue con il presidente dove si finiva il campionato e a fine stagione si decideva il da farsi con me e i giocatori in questione (Caso Naturale, Di Girolamo, Liccardo, Carbonaro, ndr). Questo è venuto meno e io sono stato costretto a lasciare. Quando sono stato richiamato, in seguito, dall’avvocato Palma sembrava tutto una barzelletta. Meno male che il signore mi ha aperto gli occhi se no io sarei stato quello che riportava in Eccellenza il Giugliano Calcio. E questo non me lo potevo permettere. Anche se ti ammetto che la voglia di tornare era tanta, ma anche la consapevolezza che potevo suicidarmi”.

Il prossimo anno è possibile trovarsi un doppio Giugliano in Serie D. Uno targato Mazzamauro e l’altro, appena retrocesso. Lei cosa ne pensa?
“Io conosco la nuova cordata, soprattutto Carmine Palumbo, perché il presidente non ho avuto il piacere di conoscerlo e hanno dimostrato la propria serietà. Una società che arriva e paga tutti i debiti vuol dire che parte con idee e piede giusto. Poi dovrebbe arrivare una seconda realtà fatta di gente (si intende di spessore) come Mazzamauro che conosco, affiancato da Poziello. Tutto ciò significa farsi del male e disperdere le energie. Mi sembra la storiella dell’ACR e dell’FC Messina. Però per i giuglianesi meglio avere due squadre piuttosto che far scomparire il calcio come è successo per dieci anni e giocare nei quartieri di prima, seconda categoria o Promozione. Una cosa assurda per i giuglianesi e per la storia del Giugliano. Onestamente, però, sono certo che sarà una convivenza molto difficile. Di questo sono sicuro. Non me ne vogliano i tifosi dell’Afragolese ma io avrei preferito, da innamorato del Giugliano Calcio e della piazza giuglianese, un solo Giugliano non forte, ma fortissimo. Così, invece, si faranno la guerra”.

Ci può dire la sua sulla folle regola dei cambi di allenatore, dove un allenatore non può cambiare più di una squadra? Ha spesso espresso il suo pensiero in maniera pubblica, ma mai con effettive dichiarazioni. Ne ha ora l’opportunità.
“Io andrò contro il mio presidente degli allenatori e contro il sistema. Non so perché non ci ribelliamo. Oggi ho pagato anche la quota associativa degli allenatori, però a volte mi sembra un controsenso pagarla. Io sono stato ostaggio di una regola disumana. Quest’anno i calciatori hanno fatto quello che volevano, con un giocatore che rischiavi di trovartelo contro, quattro volte in un mese. Io invece, faccio mezza partita per 90′, rimango un anno a guardare gli altri. È una regola di un’atrocità che non si può spiegare per chi vive di calcio e per chi ama questo lavoro. Qualcuno può dire il mister ha fatto vertenza e ha ripreso i soldi, io vi dico che non li voglio i soldi, io voglio allenare! Voglio stare su un campo di calcio, voglio essere impegnato. Questa è una regola medioevale, bisogna abbatterla. Se Tuchel fosse nato in Italia non avrebbe potuto vincere la Champions”.

Torniamo ad Afragola concentriamoci sul futuro che con lei potrebbe davvero essere roseo per la piazza rossoblù. Cosa manca a questa squadra per essere adatta al suo gioco?
“Innanzitutto voglio fare un passo indietro e non parlare del “mio calcio”, se no facciamo ridere Allegri che disse “chi parla del mio calcio fa sorridere”. Sicuramente ci sono dei calciatori che hanno certe caratteristiche e vanno bene con quello che voglio proporre. Il presidente mi ha presentato una lista di giocatori dello scorso anno e chiaramente ho deciso per i sì e per i no. Non me ne vogliano quelli che non faranno parte del progetto, e non per una questione di antipatia, ma solo per caratteristiche inadatte a quello che vorrei proporre. Stiamo valutando anche nuovi profili, ma non significa fare calcio con nomi altisonanti. Anzi. Se noi abbiamo un difensore centrale under che dà garanzie, non vedo perché debba giocare al posto dell’esperto difensore”.

Chi saranno i confermati ?
“Oggi ha trovato l’accordo Di Girolamo. Si sta lavorando per i due under Percuoco e Ceparano. Penso Pragiola quasi sicuramente, poi non so se faranno quattro chiacchiere con Nocerino che a Dicembre ha lasciato la squadra per Bitonto. A centrocampo credo che rimanga Carrotta. Infine in attacco c’è Simonetti che, è vero è stato utilizzato poco dagli allenatori, ma potremmo fare quattro chiacchiere anche con lui. In linea generale della scorsa stagione i confermati sono pochi, se non pochissimi. A chi non sarà confermato approfitto per fare l’in bocca al lupo a tutti questi ragazzi di trovare la propria dimensione per continuare a fare quello che ogni calciatore punta di fare: divertirsi”.

Con gli under invece come pensa di fare? Resta dell’idea che ha portato a Giugliano al suo primo anno, dove non accettava stage ma solo gente di categoria pari o superiore oppure questa idea può essere rivista?
“No, assolutamente questa idea non l’ho cambiata. Negli stage, nella mia prima esperienza molisana all’Olimpia Agnonese feci due-tre stage e trovai due-tre giocatori davvero bravi che giocarono in D da over. Però come ho detto a Niutta e come dissi all’epoca a Salvatore Sestile, scommesse non bisogna farne, stage non mi va di farne, bisogna prendere giocatori già collaudati in questa categoria. Ovvio bisognerà poi lavorarci, ma bisogna lavorare anche con gli esperti. Chi ha un buon pedigree è normale che parte avvantaggiato, se devo prendere un giocatore preferisco prenderlo da qualche primavera importante, se il presidente potrà farlo ovviamente. Su questo tema sono stato esigente”.