Una considerazione che riguarda il nostro mondo in un momento di forte incertezza legata alla seconda ondata

NAPOLI - Covid il nemico oscuro. L’aumento dei contagi, il dilagare dei focolai pongono diversi quesiti che muovono le coscienze, tanti gli interrogativi che attraversano questi giorni, in primis il riaprire delle scuole, alcuni ancora non sono ancora stati posti ma è lecito interrogarsi. Cosa succederà ai dilettanti? Al momento tutto è confermato, le squadre stanno partendo per il ritiro precampionato, anzi qualcuno attende anche settembre per poter tornare allo stadio (con le dovute limitazioni). Ma sarà veramente così? In serie A sono giorni in cui i calciatori contagiati aumentano a vista d’occhio, il Cagliari ha ritardato la partenza del rinvio avendo trovato 3 contagiati, di Boga e Petagna è ormai dominio pubblico e i dilettanti? Al momento nessuno ufficialmente ne parla, la parola d’ordine è guardare avanti ma in tanti si pongono i giusti interrogativi. Come si partirà? Si partirà soprattutto e su chi ricadranno le responsabilità dei protocolli sanitari. E’ giusto chiedersi se si partirà, l’aumento di contagi è molto preoccupante e gli ostacoli che separano da un ritorno in campo sono da tenere in dovuta considerazione. Ieri il giornale La Repubblica ipotizzava già uno spostamento della serie A al 4 ottobre con un campionato ridotto ed eventuali playoff e playout, dei dilettanti non c’è traccia se non delle preparazioni dei club. Una prima domanda è lecita: cosa accadrà quando verrà trovato un contagiato? Il rischio enorme è di un blocco totale, ma soprattutto dal punto di vista morale chi vorrà scendere in campo con il Covid che circola? Nei dilettanti la maggior parte degli atleti sono studenti o lavoratori, stessa cosa dicasi per gli addetti ai lavori, chi rischierà la propria salute e anche il proprio lavoro mettendo a repentaglio anche i propri familiari? La vita deve andare avanti, bisogna convivere con il Covid ma se i numeri saranno significativi è immaginabile una ripercussione anche per il calcio dilettantistico. Bisogna essere realisti, se da un lato c’è voglia di normalità, dall’altro c’è legittima paura di piombare in un incubo e il calcio dilettantistico non è immune da questo tsunami, bisognerà capire quanto è sacrificabile in un’ottica economica. Sono assolutamente da tenere in considerazione tutti quegli addetti ai lavori per cui il calcio è la primaria fonte di reddito, ma allo stesso tempo il diritto alla salute è un principio per cui il nostro paese si è battuto sin dal primo giorno in cui è comparso questo terribile nemico. Quale è il limite? Non lo sappiamo, non conosciamo gli sviluppi di settembre, magari ci sarà un forte contenimento e si tornerà ai numeri di giugno e luglio ma oggi bisogna porsi delle domande. Se ci chiediamo se la scuola può ripartire, bisogna fare altrettanto con il calcio dilettantistico. Chi veramente vorrà mettere a rischio le proprie famiglie, è emblematico il caso del giovane asintomatico che ha infettato il padre 60enne a Pesaro che oggi è in terapia intensiva, uno scenario che potrebbe riproporsi (ovviamente in tutti gli ambiti) e che pone degli interrogativi sulla necessità del calcio dilettanti. In un tempo in cui contano le priorità e le cose essenziali, il “calcio dei poveri” appare distante da quello che è fondamentale, anche se bisogna considerare l’indotto economico e le numerose famiglie che ci vivono e che fanno ripensare al movimento non solo come momento ludico ma anche come facente parte del tessuto economico-sociale. Soprattutto bisogna pensare all’aspetto dei tamponi: quante squadre veramente lo faranno? Chi controlla? Su chi ricadranno le responsabilità? Aspetti che vanno interrogati, in un momento in cui il Covid si trasmette principalmente con gli asintomatici, il calcio dilettantistico può essere un veicolo di trasmissione pericoloso e bisogna vigilare con grande attenzione. Se la serie A inizia a ripensare al proprio modello significa che un campanello di allarme c’è, si vive alla giornata e non bisogna fasciarsi la testa ma vanno fatte le dovute considerazioni. Il nostro spesso è un compito gravoso, c’è legittima voglia di ricominciare e anche in Figc si tira dritto ma tutti di nascosto pensano a cosa succederà e soprattutto se si partirà. Siamo legati ad un filo, mentre sui campi si lavora e si suda il terrore che tutto possa vanificarsi dietro una impennata di contagi è legittima, bisogna guardare avanti, sperare e affidarsi. Il calcio ha voglia di ricominciare ma la salute deve essere al primo posto e la sicurezza delle persone deve essere tutelata in un equilibrio sottile che al momento regge e che attende l’evolversi dei fatti per poter prendere una piega piuttosto che un’altra.