Un altro week end ricco di episodi di violenza, da Afragola a Mugnano, un cancro che affligge il nostro calcio e che bisogna risolvere

Ci risiamo. Ancora una volta ci ritroviamo a commentare e raccontare episodi di violenza, episodi dove il nostro calcio viene segnalato per antisportività, addirittura per episodi al limite della delinquenza. Non staremo qui a giudicare chi ha torto e chi ha ragione, per questo ci sono gli organi preposti, la nostra è l’ennesima amara riflessione.

Gli episodi di Afragolese-Savoia, Puteolana-Giugliano, la gara juniores tra Ercolanese-Gelbison e Portici-Ebolitana non hanno fatto altro che confermare un dato: il nostro calcio è malato. Per settimane la bestia dorme, poi improvvisamente si risveglia e mostra il lato più oscuro e tenebroso. È successo di tutto, dal solito western, a frange violente che guerreggiano fuori gli stadi, sino alla nuova moda: il giornalista fazioso. Una nuova moda esplosa negli ultimi anni, da Carlo Zampa alle copie sbiadite campane il passo è lungo e spesso pericoloso, nessuno deve vietare il diritto di cronaca o ledere un giornalista mentre svolge il proprio lavoro, ma questo nuovo mercenario della comunicazione che non è un addetto stampa ma un fan del club in nome del vile denaro può far degenerare gli animi e far salire il termometro di un clima già molto teso. Il problema è atavico, puntualmente ci ritroviamo a raccontare episodi che andrebbero annoverati nella cronaca nera e la domanda è sempre la stessa: perché? La risposta più semplice risiede nelle frange violente che orbitano attorno ai club, pochi facinorosi che riescono a tenere in ostaggio le società facendo il brutto e il cattivo tempo, persone che non si riescono ad isolare. La prima soluzione sarebbe prendere le distanze da queste persone, denunciare, invece oltre ai racconti di giornata si finisce sempre con zero provvedimenti e urlatori che gridano al moralismo. È arrivato il momento di uccidere la bestia, di porre fine a questo scempio con provvedimenti seri, con decisioni forti e anche dolorose ma che servano a curare questo calcio sempre più malato. Al momento gli effetti collaterali sono i divieti applicati alle tifoserie, un palliativo che come abbiamo visto ad Afragola serve a poco se non ad aizzare gli animi, penalizzando tanti tifosi che vogliono partecipare. La collaborazione con le forze dell’ordine deve essere necessaria e sempre più stretta, come l’allontanare dirigenti che non seguono esempi di sportività e che in maniera fanatica vivono il calcio come una lotta all’ultima sangue. Siamo stufi, esausti di scrivere il solito editoriale contro la violenza, andiamo sui campi per raccontare la passione e questa recrudescenza della violenza è solo un cancro, un tumore che sta mettendo metastasi e che inevitabilmente ci porterà alla fine.

Bisogna avere paura, il calcio si nutre di persone, le società di gente che si avvicinano e cercano di aiutare, chi con un biglietto chi con una piccola sponsorizzazione, percorrendo questa strada non ci resta altro che un deserto arido dove gli attori reciteranno su palcoscenici vuoti e dove la passione sarà soffocata da un silenzio spettrale. Il calcio non è lo scacchi, abbiamo bisogno di gioia e di voci per correre dietro ad un pallone, di serenità e bambini che esplodono per un gol, la bestia va uccisa con l’amore di chi prepara la borsa di calcio sperando di segnare un gol e correre sotto la curva a festeggiare con i propri tifosi, libero senza paura.