Ospite della nostra redazione la dottoressa Antonella Fiorentino, che sta conducendo un interessante studio sulle squadre dilettantistiche campane per la sua tesi magistrale in Psicologia applicata ai contesti istituzionali. 

Nel calcio professionistico negli ultimi anni abbiamo sentito parlare spesso del benessere mentale, oltre che fisico, dei calciatori. Ma la figura dello psicologo come presenza costante, soprattutto nel calcio dilettantistico, non è poi così prioritaria per le società. L’importanza della preparazione fisica e dell’allenamento tattico è sicuramente un fattore predominante nel calcio, ma quanto può essere determinante “allenare” anche la mente, oltre ai muscoli? Ne parliamo con la dottoressa Antonella Fiorentino, laureata in psicologia e a un passo dalla specializzazione in psicologia applicata ai contesti istituzionali, con una forte passione per il calcio, iniziata in un momento particolare della vita e che è diventata sempre più forte col passare del tempo, trovando nella Juventus la propria squadra del cuore e in Del Piero un modello di sportivo da seguire. Per la sua tesi, basata sull’influenza della leadership dell’allenatore sui calciatori – con un occhio anche ai fattori esterni -, e di conseguenza sui risultati ottenuti dalla squadra, ha scelto di interpellare club militanti nel campionato di Eccellenza, sottoponendo calciatori, tecnici e tifosi ai suoi test creati ad hoc.

Antonella, la prima squadra a sottoporsi ai tuoi test per la tesi è stata la rosa dell’US Faiano e mister Turco. Come è andata?
“L’idea di partenza del mio lavoro è che a influire sulle prestazioni non è soltanto la condizione fisica e tecnica dei giocatori, ma anche chi li dirige e chi gli sta intorno. Per farlo avevo bisogno di squadre facilmente raggiungibili da Atripalda, in provincia di Avellino, così ho sondato un po’ il terreno. La prima società a rispondere è stata il Faiano. Avevo un po’ di timore prima di andare a raccogliere i dati per la mia tesi: c’è sempre un certo scetticismo nei confronti della figura dello psicologo. Invece i ragazzi si sono mostrati sorprendentemente molto disponibili, hanno accolto con grande serietà i test. Vedere giocatori appoggiarsi al muro o mettersi seduti a terra per compilare il questionario, è stato motivo di grande soddisfazione per me, vista la fatica per realizzare il tutto. Anche il mister Carmine Turco è stato molto disponibile, seppur il suo test era abbastanza lungo, non ha esitato a compilarlo nonostante la squadra sia concentrata sulla parte conclusiva del campionato. Devo però ammettere che è stato complicato trovare squadre disposte a partecipare. Le motivazioni sono varie: da “non ci interessa”, a “è un periodo delicato per la squadra”. Altri hanno invece ignorato completamente la richiesta.”
Quanto è importante il benessere mentale, oltre che fisico, per un calciatore?

“A mio parere fondamentale. In Germania ad esempio l’associazione calciatori consiglia periodicamente a tutti i club consulenze psicologiche. In Italia, a malincuore siamo molto indietro. Come detto, la figura dello psicologo è poco considerata, vista come “lo strizzacervelli”. Solo recentemente ci si rende conto che, nonostante i giocatori abbiamo una vita privilegiata, almeno se competono ad alti livelli, essa però non è per nulla facile. Allenamenti continui, spesso lontano dalla famiglia, soprattutto se si parla di giovani atleti. Poi c’è la questione infortuni: soprattutto quando questi sono gravi e magari l’atleta è nel momento migliore della propria carriera, questi vanno a delinearsi come dei veri e propri traumi e per quanto si voglia lavorare sull’aspetto fisico, la salute psicologica comunque deve essere “recuperata”.

Che ruolo ha l’allenatore nelle dinamiche di uno spogliatoio?

“L’allenatore è la guida, il capo e allo stesso tempo il centro di una squadra. Nelle sue mani ha le sorti sportive di essa, ma anche quelle psicologiche e relazionali. A livello psicologico e relazionale l’allenatore ha il compito di tenere il giocatore concentrato sugli obiettivi e coeso con tutti il resto del gruppo, ma allo stesso tempo non si può trascurare il fatto che si tratta pur sempre di un uomo, che talvolta può avere di fronte calciatori molto giovani o magari adolescenti, con tutte le problematiche legate a quest’età. Mi piace immaginare l’allenatore come una sorta di papà: bastone e carota. Poi, ovviamente, c’è l’aspetto relazionale: l’allenatore ha il compito di mantenere il gruppo unito, nonché instaurare un rapporto con ogni singolo giocatore, in modo tale però da non far sentire gli uni diversi dagli altri”.

Spesso sentiamo di aggressioni di ultras ai calciatori quando i risultati non sono quelli sperati. I tifosi quanto possono influire sullo stato mentale di una squadra?

“Nelle tifoserie, in quanto masse o folle, si innescano spesso una serie di meccanismi per cui ogni delusione è amplificata all’ennesima potenza. Il problema maggiore credo sia che si tende a non accettare una sconfitta e il malumore del pubblico si riversa in primis sugli atleti, poi su allenatore e società, innescando talvolta un circolo abbastanza pericoloso per quanto riguarda l’andamento della squadra. La mia tesi analizza anche l’influenza del pubblico sui calciatori e l’allenatore e sul grado in cui essa può condizionare i risultati della squadra. Accettare il risultato negativo consente crescita e miglioramento, e si potrebbero evitare numerosi eventi spiacevoli estremi come quelli di cui sentiamo spesso parlare”.

A proposito di accettazione, su Campania Football abbiamo trattato la storia un calciatore gay e la paura di dichiararsi con le sue conseguenze, con la sensazione che potrebbero esserci numerosi casi oltre quello di Antonio.

“Innanzitutto faccio i miei complimenti a Campania Football perché, per quanto ormai sia solito dire che l’omosessualità sia accettata nel nostro paese, in realtà molto spesso sono soltanto belle parole con cui riempirsi la bocca, soprattutto nel mondo del calcio. Storie come quella di Antonio ce ne sono state, ci sono e ci saranno. Sembra assurdo che una persona debba nascondere la propria natura perché la società non lo accetta. Sicuramente i pregiudizi e gli stereotipi sono difficili da rompere, infiniti studi lo confermano. Le istituzioni di conseguenza non fanno molto per introdurre l’argomento. A questo punto credo debba esserci solo più coraggio nel dichiararsi: così si innescherebbe una catena difficile da fermare e che andrebbe a colpire anche i vertici del calcio”.