Chiude la carriera uno dei centrocampisti più noti: "Ora penso a mio figlio"

NAPOLI Forse anche ai meno ferrati in tema di calcio dilettantistico il nome di Giuseppe Gelotto dice qualcosa. Non solo per le tante maglie vestite, anche in piazze che hanno un grande blasone in Campania, ma soprattutto perché quando era in attività era sulla bocca di tutti. Per le sue doti in campo si è fatto apprezzare molto, senza nulla togliere a quelle umane. 

Dopo 25 anni dice addio al calcio Giuseppe Gelotto. Anzi, al calcio conosciuto finora. Uno come lui non può stare troppo lontano dalla palla che rotola sul campo verde e infatti dopo il tesseramento lo scorso anno con il San Pietro in Prima Categoria, quest’anno voleva cominciare l’avventura con il torneo Intersociale ma il Covid non l’ha consentito. 

Ho compiuto 40 anni e gli impegni di lavoro non mi consentono più di giocare come una volta”, dice ai nostri microfoni. Ricostruire la sua carriera richiede tempo perché non è breve. “Gioco da quando avevo 5 anni, sono quindi trentacinque anni che sto sui campi”. I primi passi nella scuola calcio Arci Scampia (il suo quartiere natale) di Antonio Piccolo. Poi settore giovanile della Nocerina e l’approdo in prima squadra con Simonelli in C1. Gelotto faceva parte della rosa che perse la finale play-off con la Ternana per l’accesso in Serie B nel 1998. 

Da lì poi una lunghissima carriera in particolare tra i dilettanti campani ma sempre ad alto livello: Viribus Unitis, Ebolitana, la Spigolatrice Sapri, Ottaviano, Sangiuseppe, Casertana, Marcianise, Pomigliano, Boys Caivanese, Gladiator, Arzanese (capitano con Noviello nel campionato vinto in Serie D), senza dimenticare le esperienze fuori regione a Cecano e Altamura. Ma ogni storia ha la sua fine. “Ora devo pensare al futuro di mio figlio Antonio che ha undici anni e gioca anche lui, nella Bombonera di Fedele. Devo seguirlo”. Da protagonista in campo a spettatore per un altro Gelotto, ma con occhi particolare. “Rispetto a quando ho iniziato io sono cambiate tante cose, in bene e in male. “All’epoca veniva solo mio padre a vedermi giocare, quando poteva, ora un bambino se sbaglia viene rimproverato da entrami i genitori. Oggi sono tutti allenatori e vogliono tutti che i figli siano campioni. Anche io guardo mio figlio giocare – prosegue – ma voglio innanzitutto che si diverta.

Gelotto ne ha giocate e viste tante di partire e sa bene com’è cambiato il calcio: “Oggi si bada molto alla tattica, a un bambino si parla di moduli; prima si insegnava, appunto, a fare calcio, era davvero una scuola. Il mister ti mostrava come si calciava correttamente, come si faceva il colpo di testa. Ora a un bambino si dice come si costruisce il gioco dimenticando la base”.

Ma rispetto agli anni 80-90, quando nelle scuole calcio c’era lui, oggi ci sono più strutture. “Può sembrare strano perché la nostra regione è indietro rispetto alle altre sulle strutture sportive, ma è così. Ai miei tempi c’erano ancora meno campi”. Gelotto spezza però anche una lancia a favore delle scuole calcio: “Può succedere anche se puoi diventare bravo, prima era tutta farina del tuo sacco, o avevi talento o nulla”.

Nel suo amato calcio dilettantistico il tema principale è ora la ripartenza dell’Eccellenza. Su questo Gelotto è categorico: “Parlo con il cuore in mano, pensiamo prima alla salute. Non me ne vogliano i miei ex compagni, molti giocano ancora. Anche io fino a qualche anno fa vivevo di calcio, ma bisogna fermarsi perché c’è la priorità che si chiama salute. Sono una guardia presso un ospedale e pertanto sono vaccinato dal 27 gennaio – confida Gelotto – ma bisogna sempre rispettare le regole e non abbassare la guardia. Non solo per noi – dice infine – ma per chi vogliamo bene. In uno spogliatoio si può rimanere contagiati e portare il virus a casa”.

Si rivolge ai tanti amici calciatori con un appello: “Portiamo pazienza, anche a me piacerebbe rivedere i campi di Eccellenza pieni di spettatori ma pensate che dopo sarà più bello riabbracciarsi. Si riprenderà piano piano, come dopo un infortunio. Il calcio post-covid forse non sarà lo stesso ma certamente avremo tutti molta più voglia di correre e riabbracciarci”.