All’ultimo respiro, quando tutto sembrava perduto, il portiere dell’Avellino Antony Iannarilli sale in area e firma di testa il gol che riscrive il pomeriggio del Partenio.

AVELLINO- Ci sono giorni in cui il calcio smette di essere uno sport e diventa un romanzo. Il pomeriggio in cui la logica si arrende, la statistica tace e il destino decide di prendersi la scena. Il pomeriggio di Avellino–Catanzaro è uno di quelli. Un pomeriggio che nessuno dei 10.000 del Partenio-Lombardi dimenticherà mai.

Per 94 minuti l’Avellino ha rincorso fantasmi. Ha rincorso il gol di Iemmello, chirurgico al 60’, ha rincorso il rigore sbagliato da Favilli, ha rincorso la paura di perdere una partita che sembrava scritta. E mentre il tempo scivolava via, il pubblico oscillava tra rassegnazione e speranza, tra mani nei capelli e occhi lucidi.

Poi, all’improvviso, il calcio ha deciso di cambiare il finale. E lo ha fatto scegliendo il protagonista più inatteso: Antony Iannarilli.

Lui, il portiere. L’uomo che per definizione deve evitare i gol, non segnarli. L’uomo che non giocava da quasi sei mesi, richiamato in campo solo per l’infortunio di Daffara. L’uomo che aveva già vissuto un momento simile undici anni fa, con il Gubbio, quando segnò al 94’ contro il Grosseto.

Il destino, evidentemente, aveva un debito da riscuotere.

Minuto 95. Ultimo angolo. Roberto Insigne sistema il pallone, guarda l’area, vede una maglia diversa dalle altre. È Iannarilli. È lui che sale. È lui che ci crede.

Il cross parte, teso, perfetto. Iannarilli prende il tempo a tutti, si stacca da terra come se avesse aspettato quel momento per una vita intera. Colpisce. La palla rimbalza, Pigliacelli la tocca, ma è troppo tardi.

Il Partenio trattiene il fiato. Il VAR congela tutto. Poi arriva il verdetto: gol. Gol vero. Gol pesante. Gol che vale un punto, ma soprattutto vale una storia.

Il boato è una liberazione. Iannarilli corre sotto la curva, le braccia al cielo, gli occhi lucidi. È un portiere, sì. Ma in quel momento è molto di più: è il simbolo di una squadra che non vuole arrendersi, di una città che non smette di crederci, di un calcio che sa ancora sorprendere.

“Non ci credo ancora… lo dedico alla mia famiglia, sono stati mesi duri”, dirà poi.

E forse è proprio questo il senso della sua giornata indimenticabile: non è solo un gol. È una rivincita. È un ritorno. È un messaggio.

Perché il calcio, quando vuole, sa essere poesia. E ieri pomeriggio, al Partenio, ha scritto una delle sue pagine più belle.