L'emergenza epidemiologica del Coronavirus vissuta dall'attaccante campano nelle corsie dell'Ospedale Cotugno di Napoli. E sul calcio: "Difficile la ripresa, sento di avere ancora la forza di continuare"

NAPOLI - Per anni è stato un bomber di razza ed ha fatto gioire tante tifoserie. Oggi è tra i tanti eroi in corsia al Cotugno che sta combattendo il nemico più difficile. Vincenzo Zaccaro, attaccante classe 1982 (37 anni) ha dedicato – e lo sta facendo ancora oggi ndr –  la sua vita al calcio indossando le maglie di Internapoli, Mondragone, Atessa, Alba Durazzano, Capri, Casertana, Termoli, Viribus Unitis, Formia, Nola e Sibilla Flegrea. Da Marzo è stato chiamato per una partita molto più importante, la più difficile della sua vita, quella contro il Coronavirus. Lui è un OSS (Operatore Socio Sanitario), svolge l’attività di assistenza in ambito ospedaliero e dal 24 Marzo lavora nel reparto di terapia subintensiva al Cotugno. 

“Nell’ambito sanitario lavoro già da alcuni anni, dopo aver studiato e preso diversi attestati. Ho lavorato al Pellegrini, al San Paolo e al Loreto Mare. Un anno fa vinsi un avviso pubblico a tempo determinato per il Cotugno. Con l’emergenza Coronavirus siamo stati assunti in massa. Il 24 Marzo ho iniziato a lavorare nel reparto di subintensiva, dove ci sono tutti i malati di Coronavirus. All’inizio è stata molto dura perché vedevamo più persone morire che uscire con le proprie gambe. E’ stato uno shock, una situazione surreale per una guerra silenziosa che non ti permetteva di far comprendere quello che stava accadendo. Ricordo bene il primo momento che ho messo il piede al Cotugno. In quel momento ho capito cosa significava lavorare in prima linea contro il Covid-19. Mi ricordo quando mi hanno vestito dalla testa ai piedi per entrare nelle stanze, avevo una tuta che si moriva dal caldo, la maschera strettissima che ti lasciava dei segni in faccia. E’ stata un’esperienza abbastanza traumatica passare da un ospedale – il vecchio Pellegrini dove non si viveva l’emergenza al 100% ndr – ad uno in prima linea contro il Covid-19. Vedevo più gente morire che essere dimessi, molte di queste cercavo di dare conforto in quel momento tragico. E’ stata dura da accettare e non ti nascondo che di pianti ne ho fatti. E’ scattato subito l’istinto di aiutare le persone, all’inizio avevo tanta paura e di preoccupazione di essere asintomatico e portarlo a casa. E’ stata una bella lotta contro se stessi ma nonostante queste difficoltà con il gruppo del reparto di subintensiva G1 e G2 ed i dottori ci siamo fatti forza ed aiutati. Adesso c’è un po’ di positività, abbiamo dimesso più persone e ci sono pochi morti. Anche se qualche giorno fa è scomparso Roberto Maraniello, un grande amico mio, infermiere e sindacalista. Ricordo quando gli dissi di tenere duro e fare questo sacrificio che saremo andati a mangiare una pizza insieme. E’ stata una battaglia che abbiamo quasi vinto, la guerra silenziosa la dobbiamo ancora vincere”. 

Ti manca il calcio? Secondo te riusciranno a portare a termine i campionati?

“Il calcio è uno sport di contatto, potrebbe essere difficile ritornare in campo. In un rettangolo di gioco si confrontano più di 22 persone, non so quali saranno le prossime decisioni della Figc dalla Serie A ai dilettanti. La vedo proprio dura se non si ferma prima questo virus. Ho 37 anni e tra poco ne farò 38 però non smetterò di giocare. E’ stata sempre la passione della mia vita e mi manca tanto, spero che si trovi un qualcosa per ritornare in quel rettangolo di gioco che ti da gioia di vivere”. 

In Eccellenza e Promozione non ci sono i contratti che tutelano i calciatori. Sei d’accordo con l’attuazione di questi contratti oppure pensi che in queste categorie debba essere solo un dopolavoro?

“Sono molto amico di Antonio Trovato, ci siamo trovati molte volte a parlare di questa situazione. Il dilettantismo sarebbe dovuto nascere come un dopolavoro ma non lo diventerà mai perché ci sono tanti giocatori che su questo stipendio ci vivono soprattutto per chi ha una famiglia. A questo punto bisogna combattere anche per il contratto in Eccellenza e Promozione, così le società saranno più serie a mantenere gli impegni. Nei dilettanti ci sono più società che evitano di pagare gli ultimi due-tre stipendi rispetto a quelle che mantengono gli impegni”. 

La tua esperienza alla Sibilla è dura poco, come mai?

“A Dicembre la Sibilla mi ha fatto una corte spietata per andare da loro. Ho accettato anche perché lavorando con le Asl di Napoli volevo ritornare in Campania. Dalla partita di Gragnano in poi, dove feci gol ed assist sono stato messo da parte. Per 6 partite di fila sono andato in panchina, con il mister – riferendosi ad Illiano ndr – che mi metteva gli ultimi minuti, stile presenza ad un ragazzino. La società mi ha messo in condizione di andarmene, colpendomi nell’orgoglio. La cosa più umiliante dopo 23 anni di calcio arrivare in una piazza con un gruppo fantastico e poi ritrovarmi ad essere spiazzato. Se avevo famiglia e vivevo solo di calcio stavo rovinato. Non è giusto. Ricorderò con piacere i ragazzi molto uniti, il magazziniere, poi per il resto preferirei dimenticare quello che mi è successo”. 

Quale piazza in cui hai giocato ricordi con maggiore piacere?

“Potrei raccontarti di tutto perché ogni piazza mi porta ad un periodo della mia vita, a partire dalla Viribus Unitis che mi ha fatto esordire a 16 anni, passando all’Alba Durazzano, dall’Internapoli dove ho vissuto 3 anni bellissimi. Le due esperienze più importanti senza nulla togliere alle altre sono state Formia e l’Internapoli. A Formia ho fatto davvero bene realizzando 64 reti in 3 campionati. Ancora oggi i tifosi inneggiano il mio nome. Sopra al Kennedy con il Presidente Di Marino sono stato benissimo. Il primo anno abbiamo giocato al Collana con allenatore Billone Monti. Non dimenticherò mai l’esperienza con il Nola calcio, dove abbiamo fatto una scalata da terzultima in classifica alla finale play off e finale di Coppa Italia con il Savoia. Una grande annata e piena di soddisfazione anche se non abbiamo vinto. Il mister Liquidato aveva creato la giusta atmosfera, grazie anche alla società con De Lucia e Bencivenga, al Presidente Allocca”. 

Credi di giocare in Eccellenza o scenderai di categoria?

“Voglio tornare a giocare perché sto bene, posso dare ancora tantissimo e mi manca tanto il calcio. Di questi tempi non ti nascondo – sorride dicendolo ndr – ho già ricevuto una chiamata per l’Eccellenza. Sarei più propenso per una questione di impegni di lavoro a scendere di categoria anche Promozione. La maggior parte delle squadre di Eccellenza si allenano il primo pomeriggio e poche di sera. In Promozione invece è al contrario”.