L'editoriale analizza la crisi di tre piazze storiche dell'Eccellenza: un modello fallimentare e l'assenza di progetti.

NAPOLI- Il calcio d’Eccellenza in Campania non è mai stato soltanto sport. È un termometro sociale, un’identità radicata, la linfa che anima piazze e comunità. Oggi, però, quel tessuto sembra lacerarsi irrimediabilmente. Tre realtà storiche – Angri, Turris e Sant’Antonio Abate – consegnano al pubblico uno stesso, drammatico copione di fragilità gestionale, assenza di interlocutori economici e una preoccupante incapacità istituzionale di tenere insieme il progetto sportivo con il territorio.

La crisi di Angri: l’epilogo di un modello

Ad Angri la crisi assume la forma più plastica e rumorosa. Il presidente Raffaele Niutta, esasperato da ciò che definisce una “mancanza di risposte” del tessuto imprenditoriale locale e da uno scarso supporto istituzionale, ha posto il titolo sportivo nelle mani del sindaco. Un gesto clamoroso che non è una semplice resa simbolica, ma una palese richiesta di responsabilità politica e amministrativa sul futuro del club. La decisione di Niutta non è un’anomalia, ma l’inevitabile conseguenza di un sistema insostenibile, dove l’intera struttura societaria poggia sulle spalle di un singolo. A rendere il quadro ancora più drammatico è la l’ipotesi di cessione a Torre del Greco diventare sempre più concreta (clicca qui). Un imprenditore locale, legato alla Turris, sarebbe pronto a farsi avanti per rilevare il titolo dell’Angri, un’ancora di salvezza per l’Eccellenza, ma una potenziale tragedia per il calcio angrese, che rischia di perdere per sempre la propria identità sportiva.

Turris: la ferita aperta della città del corallo

A Torre del Greco la situazione non è meno drammatica, sebbene con un copione leggermente diverso. La FIGC ha depositato il titolo sportivo nelle mani del Comune come parte delle procedure di salvaguardia, ma l’appello lanciato dal sindaco Mennella è caduto nel vuoto più assoluto. Imprenditori e gruppi locali non hanno risposto. La conseguenza è spietata: la Turris rischia di non avere una rappresentanza calcistica neanche in Eccellenza, con scenari che vanno da un amaro “anno sabbatico” alla definitiva restituzione del titolo alla Federazione. È un cortocircuito tra la nostalgia di un passato glorioso e l’incapacità strutturale di ricostruire un modello sostenibile, che metta radici solide nel presente. L’evidenza delle difficoltà mette a nudo l’assenza di una visione a lungo termine, lasciando la piazza in balia di un futuro nebuloso. È la dolorosa lacerazione di una ferita ancora aperta, acuita dal trauma dell’ultima stagione vissuta nel professionismo, culminata con la conseguente e amarissima esclusione dal campionato di Serie C. Un epilogo che, per certi versi, la storia recente del club aveva già preannunciato.

Sant’Antonio Abate: la resistenza solitaria

Nel mezzo di queste grandi crisi, il comunicato del presidente del Sant’Antonio Abate, Gianpiero Rosanova, è l’istantanea di una resistenza dignitosa che però rischia di restare isolata. Rosanova ha descritto la fatica quotidiana, il sostegno cruciale della famiglia e l’impegno di professionisti e avvocati per tentare un ripescaggio che sembrava un’utopia. Il suo appello finale – “posso farmi da parte purché il Sant’Antonio non muoia” – è un monito inequivocabile: senza un coinvolgimento attivo dell’imprenditoria locale o soluzioni collettive, le squadre più piccole agonizzano per mancanza di risorse economiche, più che per demerito sportivo. Sarebbe la più amara delle beffe per la piazza abatese, che aveva appena riconquistato l’Eccellenza attraverso un sofferto ripescaggio, dopo la retrocessione subita sul campo in seguito ai play-out persi contro il Lions MM Montemiletto. Un epilogo paradossale.

Un’unica malattia, le soluzioni mancate

Queste tre crisi non sono eventi scollegati, ma sintomi di una stessa malattia: la dipendenza estrema dal “singolo”, l’assenza di politiche locali che riconoscano il valore sociale e aggregativo dello sport e la totale mancanza di piani concreti per lo sviluppo dei vivai e la sostenibilità economica. Le soluzioni di buon senso – come la creazione di comunità d’affari coinvolte con contratti chiari, patti d’area tra Comuni e società sportive, fondi di co-finanziamento per la manutenzione degli impianti e programmi giovanili – restano tristemente sulla carta. Così, il rischio non è più solo la retrocessione sul campo, ma la scomparsa della storicità sportiva delle nostre città.

Responsabilità e governance: il punto di non ritorno

È tempo di smettere di celebrare il “presidente-salvatore” e iniziare a chiedere con forza responsabilità a chi governa il territorio. Se un’amministrazione locale, accetta di avere un titolo in custodia, ne consegue un dovere preciso: mettere in campo con urgenza un bando trasparente per la gestione del club, stabilire condizioni chiare per il mantenimento del marchio cittadino e vincolare piani di sviluppo giovanile a risultati di partecipazione comunitaria. La politica non può limitarsi a slogan e solidarietà di facciata; il privato non può attendere che ogni salvezza sia una questione di eroismo individuale.

L’Eccellenza campana non si salva con lacrime o comunicati stampa disperati. Serve governance, aggregazione d’investimenti e una strategia che valorizzi gli impianti sportivi, le scuole calcio e le sponsorizzazioni territoriali. Senza un meccanismo stabile di governance condivisa  tra qualche stagione potremmo ritrovarci a raccontare solo storie di piazze scomparse. Il calcio delle nostre città merita molto di più di un triste ricordo: merita progetti concreti. E se Angri, Turris e Sant’Antonio Abate non diventano subito il laboratorio di una nuova governance locale, la responsabilità non sarà solo dei presidenti costretti a mollare, ma di un intero sistema che ha scelto l’emergenza invece della programmazione.